Germini sopra quaranta meretrici della città di Firenze” è il titolo di un’opera letteraria anonima stampata nel 1533 a Firenze. Questo docimento è, per quanto si sa, il solo esempio conosciuto di Minchiateappropriate“, cioè relative a un unico tema. In pratica, prendendo spunto da un’usanza largamente diffusa con i Tarocchi, l’autore del componimento utilizzò quaranta dei Trionfi delle Minchiate per “cantare le doti” di altrettante famose prostitute fiorentine, indicate con il loro “nome d’arte”, come la Ricciolina, la Venere, la Silvestre e così via.
Le fanciulle sono divise in dieci gruppi, ognuno dei quali è presentato da una ruffiana. La curiosità di quest’opera non sta tanto nella scelta dell’argomento inconsueto, quanto piuttosto nel fatto che tra le rime sono state abilmente nascoste le regole del gioco delle Minchiate.

L’opera è molto lunga, ogni settimana pubblicherò una parte del poema accompgnato da immagini e curiosità.
Cantando i Germini

Stanze in iscusa dell’Autore

Poi che forzato son da tanti amici
con dolci preghi che germini dimostri
qua per incipiar fuor in vil pendici,
contento son saziar gli animi vostri
acciò non diventiate mia nemici
vo’ contentarvi, et però gli ho composti:
benchè questo mestier non feci mai,
farei per voi cose maggiori assai.
E s’i versi non fussin misurati,
come richiede alle Signorie vostre,
la debilmente mia vo’ che scusiate
che non ho più simil cose composte,
e nato son di povere brigate,
e uso andar con pecore alle coste,
alle valle, a’ boschetti a pasturarle,
uso con tor, con vacche, e con cavalle.
Pur m’à dato natura tanto ingegno
Pur m’ha dato natura tanto ingegno
Ch’ i’ penso satisfar chi m’à pregato,
benchè d’esser pregato i’ non sia degno,
ch’ aspetto sol che mi sia comandato
e per non fare error fatto ho disegno
d’avere le quattro salamandre allato
e per il mio poter le fo ruffiane.
E se bramate il nome mio sapere
andate a dimandarne a Simeone,
che mai non dice se non cose vere,
e di virtù è vero paragone
e nimico mortale e delle pere
amico e parzial della ragione
compagno de’ non posso che si chiama
e tutta la sua fede è nella lama.
Vedendo che non posso a casa mia,
sapendo che mio padre componea,
che nell’orecchio mel porse una spia
me d’accanto chiamando mi diceva:
da te vorremmo qualche fantasia,
io ascoltavo quel che mi diceva,
mi chiese e disse: un par di Germin voglio
di buona stampa e fatti di buon foglio.
Io gli dissi ch’andasse al Padovano,
ch’io non sapevo alle carte giuocare,
dicendo, come vuo’ tu ch’un villano
che sta ne’ boschi, sappi i Germini fare,
e che per quei era venuto invano,
perchè non lo potevo contentare;
et lui ridendo mi rispose, ascolta,
poi che vuoi ch ‘i’ tel dica un’altra volta:
Io dico che vorrei che tu facessi
i Germini nel mo’ che ti diremo;
quaranta trionfi, e col pazzo in essi,
una puttana a ciaschedun daremo
e vorremo che in quattro contenessi
chi à savio il cervello, e chi l’à scemo,
chi à sana la vita e chi ammalata
senza averne nissuna riguardata.
E mi mostran per tal modo la via,
e mi scrivon per mo’ la vita loro
con le quattro ruffiane in compagnia,
ch’ i’ mi levai subitamente a volo
entrandomi tal cosa in fantasia,
e sperando d’aver qualche ristoro
io gli promessi loro; i’ gli ò lor fatti,
e ch’a nessun gli dien facemmo i patti.
Ecco viene in campo le ruffiane
che m’ànno d’ogni cosa ragguagliato.
A ciascuna ch’ i’ do nove puttane:
il diciannove, il primo è nominato
che vuol nelle sue nove por le mane;
però vi lascio e mi tiro d’allato
ch’il diciannove giunge a gran furore,
che vuol girar suo trionfo maggiore.

L’opera si apre con le scuse dell’autore il quale lamenta la sua poca esperienza bilanciata dalla volontà di far piacere ai lettori e a quanti, tra i suoi amici, lo hanno più volte pregato di scrivere una simile opera.
Subito dopo, l’anonimo poeta racconta come gli siano state commissionate le quarante carte, quindi annuncia di farsi da parte poiché le ruffiane giungono per presentare le loro meretrici.